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The understory

La Soglia

La pianta sta al bordo per necessità, biologica prima ancora che estetica. Quella posizione racconta cinque secoli di rapporto tra l'essere umano e il confine tra il mondo costruito e il mondo vivo.

Come il davanzale è diventato il luogo più carico di significato in qualsiasi spazio abitato, dalla pittura fiamminga alla fotografia contemporanea.

C'è un posto dove la pianta ha sempre vissuto. Un posto sospeso tra due mondi. Un posto dove la luce arriva e il vetro divide.


Il davanzale.

È una scelta biologica prima che estetica. La pianta sta al bordo perché al bordo c'è la luce, e senza luce muore. Ma quella necessità, nel tempo, è diventata qualcos'altro. Gaston Bachelard, nella Poetica dello Spazio del 1957, descrive la finestra come soglia dell'immaginazione: chi guarda dalla finestra è già fuori, con lo sguardo, con il pensiero, con il desiderio. Il corpo è dentro. Il resto è altrove. La pianta abita stabilmente quel luogo di bilico che l'essere umano attraversa solo con lo sguardo. Sta lì, nella tensione tra i due mondi, radicata nel vaso ma orientata verso il vetro, verso la luce, verso il fuori.

Cinque secoli di pittura e pensiero contemporaneo raccontano sempre la stessa cosa. Il davanzale è il punto dove il dentro e il fuori si toccano. La pianta è l'unico oggetto che lo abita senza scegliere un lato.

La Soglia

La soglia come filtro culturale


Nel 1487, Hans Memling dipinge il Dittico di Maarten van Nieuwenhove, oggi al Sint-Janshospitaal di Bruges.

I due pannelli ritraggono la Vergine con il Bambino e il giovane committente Maarten van Nieuwenhove, ventitré anni, in abiti di velluto viola. Ciò che rende straordinario il dipinto è lo spazio. Un parapetto in pietra attraversa entrambi i pannelli, unificando la scena sacra e quella profana in un unico ambiente domestico. Dietro la Vergine e dietro il committente, due finestre si aprono sul Minnewater di Bruges.

Il davanzale di pietra è il punto esatto dove il sacro e il quotidiano si toccano. Le piante, presenti in molti dittici devozionali fiamminghi coevi, spesso gigli o iris in vasi di maiolica, occupano quella soglia con una funzione precisa: filtrano il paesaggio selvaggio esterno prima che entri nella stanza. La natura viene mediata, civilizzata, posta al bordo.

Per la pittura fiamminga del Quattrocento, il davanzale è un dispositivo culturale. Separa il mondo controllato dell'interno da quello incontrollabile dell'esterno, e la pianta è il segno visibile di quella separazione. Una funzione rimasta intatta nel tempo: anche oggi, mettere una pianta sul davanzale è un gesto che dice: fin qui arriva il vivo, da qui in poi comincia il costruito.

La soglia che si dissolve


Nel 1916, Henri Matisse dipinge The Window, oggi al Detroit Institute of Arts.

L'opera mostra l'interno di una stanza: un tavolo con un vaso di fiori blu in primo piano, una finestra al centro, il giardino esterno oltre il vetro. Il titolo originale sul retro della tela era Interior (Les Myosotis). Matisse scelse di chiamarlo semplicemente The Window, la finestra, anziché l'interno.

La scelta è precisa. In questo dipinto, il davanzale fonde il dentro e il fuori. Il verde delle foglie in primo piano è lo stesso verde degli alberi nel giardino oltre il vetro. Il blu dei fiori risponde al blu del cielo sullo sfondo. Matisse usa il colore per annullare la distanza spaziale: il davanzale diventa il punto dove i due mondi diventano lo stesso mondo.

Dove la pittura fiamminga usava il davanzale per filtrare e controllare la natura, Matisse lo usa per dissolverla nella stanza. La soglia cambia funzione. Da barriera diventa membrana. Il confine rimane visibile, ma smette di essere una separazione. Diventa il punto esatto in cui due spazi si riconoscono come parte dello stesso sistema.

La soglia come presidio biologico


Nel 1932, Edward Hopper dipinge Room in Brooklyn, oggi al Museum of Fine Arts di Boston.

Una bay window su tre pannelli. La luce entra obliqua. In basso a destra, quasi ai margini della composizione, un vaso con fiori: l'unico elemento vegetale in un dipinto di Hopper, artista che per tutta la carriera aveva evitato i fiori. La critica ha spesso letto Room in Brooklyn come un dipinto sulla solitudine urbana. Quella presenza vegetale ai margini dice qualcosa di più preciso: in una città che Hopper dipinge sempre come geometria aliena, facciate senza volti, strade deserte, la pianta sul davanzale è l'unico presidio biologico rimasto.

È una resistenza silenziosa: lo stesso bisogno che, un secolo prima, aveva spinto Nathaniel Bagshaw Ward a costruire i primi terrariums nel mezzo dell'aria avvelenata di Londra industriale. La necessità di tenere qualcosa di organico al bordo, al confine con il fuori, anche quando il fuori era diventato ostile.

La pianta sul davanzale di Hopper tiene in vita la stanza.

La soglia come analisi del quotidiano


Wolfgang Tillmans ha fotografato i davanzali per trent'anni.

Still Life, Gray's Inn Road (1999): un davanzale sottile fotografato dall'alto. Due piante in vaso verdi ai lati. Al centro, gusci di ostrica, rametti, frutta raggrinzita. La finestra dietro, la strada lontana. Il dentro e il fuori nella stessa inquadratura, senza gerarchie. Still Life, New York (2001): davanzale con mele, verdure, e in basso, attraverso il vetro, i taxi gialli della strada. Tillmans ha detto che le sue immagini sono chiamate all'attenzione. Il rispecchiamento di forme e colori dentro e fuori dalla finestra è una scelta compositiva precisa. La sua pratica con le piante è iniziata proprio da un window box su un davanzale. L'origine era sempre lì, al bordo, tra il vetro e la strada.

Nel 1992, Isa Genzken presenta Everybody needs at least one window al Renaissance Society di Chicago. Strutture in legno che ricordano telai di finestre, sculture in cemento grezzo con aperture e corridoi. Nessun vetro. Il titolo è una dichiarazione antropologica. Tutti hanno bisogno di almeno una finestra. Come bisogno fondamentale, prima ancora che come elemento architettonico.

Genzken porta la soglia al suo grado zero: la struttura senza il contenuto, il telaio senza il vetro. E quel titolo pronunciato davanti a forme vuote dice che il bisogno rimane anche quando la finestra smette di funzionare. La pianta è implicita. Perché dove c'è una finestra c'è la luce. E dove c'è la luce, la pianta torna.

L'architettura contemporanea ha cercato di risolvere il problema eliminando la soglia: vetrate a tutta altezza, continuità tra interno ed esterno, la Farnsworth House di Mies van der Rohe come manifesto di un dentro che si prolunga nel fuori senza interruzione. Ma il davanzale sopravvive. In ogni appartamento, in ogni ufficio, in ogni spazio con almeno una finestra, la pianta torna al bordo. Per lo stesso bisogno che aveva spinto Memling a dipingerla sul parapetto di pietra e Genzken a dichiarare che tutti ne hanno bisogno.

Il bordo è l'unico posto dove la tensione tra dentro e fuori è ancora visibile.

Fonti e riferimenti


Sul Dittico di Maarten van Nieuwenhove: Hans Memling, 1487, olio su tavola, Sint-Janshospitaal, Bruges. Lorne Campbell, The Fifteenth Century Netherlandish Schools, National Gallery, 1998.


Su Matisse e la finestra: The Window, 1916, olio su tela, Detroit Institute of Arts. Alfred H. Barr Jr., Matisse: His Art and His Public, MoMA, 1951.

Su Gaston Bachelard: La Poetica dello Spazio, Presses Universitaires de France, 1957 (ed. italiana: Edizioni Dedalo, 1975).


Sul terrarium vittoriano: David Allen, The Victorian Fern Craze, Hutchinson, 1969. Shirley Hibberd, Rustic Adornments for Homes of Taste, 1856.


Su Edward Hopper: Room in Brooklyn, 1932, olio su tela, Museum of Fine Arts, Boston. Gail Levin, Edward Hopper: An Intimate Biography, University of California Press, 1998.


Su Wolfgang Tillmans: Still Life, Gray's Inn Road (1999) e Still Life, New York (2001), Metropolitan Museum of Art, New York. To Look Without Fear, MoMA, 2022.


Su Isa Genzken: Everybody needs at least one window, Renaissance Society, Chicago, 1992. Catalogo della mostra con saggio di Joe Scanlan.

Su Mies van der Rohe: Franz Schulze, Edward Windhorst, Mies van der Rohe: A Critical Biography, University of Chicago Press, 2012.

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